I nostri nonni si scaldavano cosi !

PREMESSA
PRETE & SUORA
🧙♂️
Lo scaldaletto romagnolo è uno di quegli oggetti, oggigiorno ormai sorpassato, che hanno segnato un’intera generazione. Il ricordo dei nostri nonni e dei nostri genitori, è che le sere d’inverno più fredde dovevano, prima di coricarsi, accendere questo bizzarro oggetto per riscaldare il letto.
Ovviamente il riscaldamento una volta non c’era e, se l’ardore del camino non riusciva a raggiungere le camere da letto, ci pensava lo scaldaletto romagnolo.
La struttura dello scaldaletto romagnolo

Chiamandolo scaldaletto, vi immaginerete quelle coperte elettriche moderne che si trovano oggi in commercio, ma quello romagnolo era tutt’altro.
Lo scaldaletto romagnolo infatti, era composto da due strutture precise:
- La prima era il “prete”, ovvero una struttura in legno composta da due semiarchi che ricordano la forma di una barchetta.
- Il secondo elemento chiave era la suora, una pentola in metallo composta da piedi e manico in legno in cui venivano inserite le braci roventi del camino coperte da uno strato di cenere.
La suora veniva inserita nel prete, la cui struttura evitava che le lenzuola si bruciassero tenendole alzate. Et voilà, nel giro di un’ora il letto si riempiva di un tepore unico! I rimedi della nonna restano i migliori
Molte persone che hanno avuto a che fare con lo scaldaletto romagnolo, sostengono che il calore creato dal prete sia molto meglio di quello creato da una comune stufetta moderna. Questo perché il calore delle braci, non solo riscaldava il letto, ma lo privava di tutta l’umidità presente.
Di conseguenza si otteneva un calduccio secco che regalava un comfort per tutta la notte, senza dispersione!
Le origini del suo buffo nome
Prete e suora sono due modi di chiamare questo scaldaletto molto bizzarri.
Le origini di questo nome sono ancora sconosciute, non solo in Romagna ma in tutta Italia dove lo stesso prete e la stessa suora assumono nomi diversi.
Neppure la data di questa invenzione è certa poiché questo due oggetti erano considerati dei veri e propri status symbol che non tutti potevano permettersi. Fatto sta che una cosa è certa, il tepore che ci regalavano prete e suora non ce li regalerà più nessuno!
RACCONTO DEI NOSTRI NONNI
IL PRETE NEL LETTO
Gli inverni di inizio novecento rispettavano appieno le caratteristiche della stagione : le temperature erano spesso basse ,la gelida aria di tramontana soffiava con notevole forza dal mare e molto frequentemente già ai primi giorni di dicembre la terra si ricopriva di neve, una spessa coltre bianca che in certi anni si conservava per due o tre mesi.
I primi fiocchi cominciavano a posarsi su una terra brulla e spoglia, dove l’erba seccata dalle frequenti gelate aveva assunto un colore marrone, e lentamente, il cielo ed il mondo intorno assumevano la stessa tonalità di colore; la neve era la gioia dei bambini, ma anche la disperazione dei genitori: essa rappresentava certo l’inizio di un periodo di riposo dopo il lungo lavoro dei campi ma era anche fonte di preoccupazioni in quanto impediva i movimenti ed addirittura isolava per parecchi giorni i casolari sperduti nelle campagne.
Allora le strade non erano asfaltate e nella peggiore delle ipotesi nemmeno imbrecciate , alcune avevano l’aspetto di veri e propri sentieri, pieni di buche , pozze d’acqua , e il servizio spartineve municipale era ancora di là da venire.
Spostarsi da una casa colonica all’altra costituiva quindi un serio problema, soprattutto nel periodo di carnevale, quando si organizzavano le veglie nelle enormi cucine dei cascinali; i momenti di incontro e di allegria non erano frequenti, quindi una nevicata inopportuna e soprattutto abbondante rischiava di rovinare quei pochi momenti di spensieratezza che anche la famiglia Polidori si concedeva.
Dalle finestre si seguiva con una certa apprensione il crescere del manto nevoso, ogni ora che passava voleva dire più neve da spalare per poter uscire di casa e fare la “rotta”, il sentiero cioè che permetteva di andare da una casa all’altra; in certi inverni la strada era totalmente scavata tra alte muraglie di neve , e, cosa ancor più, fastidiosa, era il fatto che ad ogni nevicata occorreva aprirla di nuovo.
Durante le bufere più violente non era possibile scavare il sentiero, allora si rimaneva tutti in casa , un poco a malincuore, e raccolti davanti al grande camino si discuteva o ci si impegnava in alcune piccole faccende, come intrecciare canestri o rammendare gli abiti.
La sera era dedicata alle favole per i bambini, e queste avevano sempre un lieto fine, quasi a voler riscattare la povertà che regnava sovrana nelle campagne del tempo; ecco quindi comparire per magia davanti alla fiamma scoppiettante le immagini di Pollicino che si perdeva nel bosco ma che ritrovava la strada con delle briciole di pane, oppure maghi e fate che premiavano i bimbi buoni e castigavano i cattivi per punirli del fatto di aver disobbedito i genitori.
La cucina era l’unico luogo veramente caldo della casa, non esistevano caldaie e termosifoni, e nemmeno stufette elettriche per riscaldare le stanze da letto, per questo fu escogitato un modo economico e soprattutto salutare di riscaldare il letto: “il prete”
Intendiamoci, non era il curato della parrocchia che si prendeva la briga di scaldare tutti i letti della zona, ma un oggetto in legno , a forma di doppio arco, che serviva a tenere sollevate le coperte, ed al centro del quale si metteva “la suora”, un recipiente in terracotta dentro al quale era conservata della brace accuratamente coperta di cenere in modo che non facesse fumo e non si spegnesse troppo presto.
Sono certo che la scelta dei nomi di quei due utilissimi oggetti, si stata sicuramente dettata da un pizzico di pungente ironia.
In alcune famiglie si usava invece lo scaldaletto, un altro recipiente in lamiera con un lungo manico anch’esso pieno di brace , ma con la sola differenza che era usato subito prima di coricarsi; il prete invece rimaneva a letto per parecchio tempo, e molte volte i bambini solevano addormentarsi senza toglierlo, perchè il tepore che emanava era veramente gradevole.
Chi possedeva un solo prete lo usava a turno: prima si scaldava il letto dei più piccoli che per primi andavano a dormire , poi dei giovani ed infine quello dei genitori che lasciavano la cucina dopo che tutti gli altri si erano coricati.
Tra le altre funzioni di questo strano oggetto, c’era anche quella di favorire la lievitazione delle cresce e del pane, molte volte infatti, soprattutto in inverno , il freddo non permetteva la normale panificazione e rallentava la crescita dei filoni; quindi si provvedeva a metterli sotto le coperte dove il calore accorciava di alcune ore il processo di lievitazione.
A volte si commettevano errori veramente grossolani nel mettere il prete nel letto, come quello di porre poca cenere sotto la brace ardente, il troppo calore infatti poteva incrinare il vaso oppure in certi casi anche romperlo, con conseguente rovesciamento dei tizzoni sulle lenzuola.
Così quando si entrava in camera si aveva la spiacevole sorpresa di trovarla invasa dal fumo delle lenzuola bruciate e dalla puzza della lana incenerita che riempiva il sottostante materasso.
L’uso del prete rimase frequente anche negli anni sessanta: ricordo ancora la piacevole sensazione di potersi mettere a letto tra le coperte caldissime, quando fuori imperversava il vento o la pioggia: ciò dava un forte senso di protezione, anche se la camera era completamente fredda ed il respiro trasformandosi in nuvoletta si ghiacciava sui vetri della finestra.
Spero vi sia piaciuto
IL PRETE IN OGNI LETTO
Una casa che abbia bisogno del prete e della suora, oggi facciamo fatica perfino a immaginarcela. Non per l’avanzare della secolarizzazione. Ma perché, se Dio vuole, le nostre case bene o male un impianto di riscaldamento ce l’hanno tutte. E prete e suora, se ci sono ancora, dormono in soffitta.
Due preti

Davvero difficile oggi farsi un’idea di quegli inverni senza termosifoni, quando stufe e camini erano le uniche fonti di calore. Ma le camere da letto di solito ne erano prive, tanto che i cibi vi si conservavano altrettanto bene che in ghiacciaia. In questi antri gelati, lenzuoli e materassi erano saturi di umidità; anche muniti di babbucce e papalina, infilarvisi dentro era troppo anche per generazioni temprate da ogni privazione. L’unico modo per penetrare nelle coltri era riscaldarle con quel che c’era.

Un prete con suore scaldaletto di diverse fogge
Eppure era appena l’altro ieri, perché in Italia, ancora nel pieno degli anni ’70 del secolo scorso, gli scaldaletto si potevano trovare in ogni buon negozio di casalinghi. Ma erano ormai cose da poveri.
Mentre ai primi dello stesso secolo, prete e suora erano dei lussi, quasi degli status symbol. I meno abbienti non potevano permettersi neppure quelli e si dovevano accontentare di fiaschi d’acqua bollente, o mattoni e sassi arroventati al fuoco. Se pure il fuoco era sufficiente, perché neppure avere abbastanza combustibile era del tutto scontato.

Un “bed wagon” inglese
Ma forse chi legge non ha neppure capito di cosa stiamo parlando. E allora sappia che il “prete” era un telaio in legno solitamente a forma di mandorla, o slitta che dir si voglia, dove alloggiare un piccolo la braciere, la “suora”.
Il prete teneva sollevate lenzuola e coperte; la suora vi infondeva il suo calore, sapientemente dosato dallo strato di cenere che si versava sulla brace. Un’oasi che si rivelava adatta anche per altri usi; come per far lievitare correttamente gli impasti di pane e dolci, cosa altrimenti impossibile nel freddo eccessivo.

Un moine (monaco) della Linguadoca
Indispensabili, preziosi, onnipresenti in ogni foggia fin dai tempi più antichi. Ma nessuno è mai riuscito a spiegare come mai questi oggetti si chiamassero proprio prete (o frate) e suora (o monaca). E non solo in Romagna, ma unanimemente in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia e anche nella Francia del sud. Invece in Catalogna il prete, pressoché identico al nostro, si chiama burro, asino.

Burro catalano
Unica eccezione, la Toscana, dove la suora diventa cecia e il prete trabiccolo: già, è proprio questa l’origine del termine che adesso designa i veicoli più derelitti.

Trabiccolo fiorentino
L’allusione boccaccesca per i due aggeggi da mettere nel letto insieme è evidente, ma resta un mistero quando sia nata e perché si sia affermata in modo così uniforme in tutta la Penisola e oltre. Nonostante le differenze non fossero piccole, soprattutto fra le suore: in Romagna conosciamo in prevalenza quella di terracotta, fragile e continuamente riparata a forza di “spranghina”, ma in grado di rilasciare il calore più lentamente di quella metallica, più costosa e solitamente in rame.

Suora romagnola pronta per essere riempita di brace
Fosse monch sul Gargano, monacheddu nel catanese o fra del let in Piemonte, il prete era invece ovunque in legno, meglio se di faggio. Ne esisteva una versione a campana, più piccola e adatta alle culle. La suora poteva esservi adagiata su di un ripiano rivestito di lamiera, oppure, se era un secchiello metallico, essere appesa a un gancio del suo “tetto”. Solo negli anni ’30 si videro preti “futuristi” interamente metallici.

Mònega veneta in metallo finemente lavorata, 1950 ca.

Piccolo prete metallico a campana

Prete metallico del 1930
Va da sé che nessuna descrizione può restituire non solo il sollievo di rifugiarsi in quel tepore, ma la fragranza di quelle lenzuola così accoglienti, perchè prete e suora ci avevano preceduti 🙂
I riferimenti religiosi per questo tipo di scaldaletto sono alquanto strani ma secondo alcuni studiosi hanno origine da segmenti, in chiave ironica, di vita paesana dove non mancavano certi riferimenti “boccacceschi” legati al periodo di transumanza in montagna e nella mietitura al piano, quando gli uomini dovevano allontanarsi dalle loro famiglie e allora “chiacchiere” e “verità” s’intrecciavano per dar vita a quello che, più o meno, succede oggi su Facebook o su altri social network…… i tempi e i modi di scaldarsi cambiano, certe abitudini un po’meno!
Concludiam quindi che i nostri nonni sapevan come proteggersi dal freddo senza i comfort moderni 🙂 la sapevano lunga e sapevano arrangiarsi
